domenica 8 gennaio 2012

Incontro con il giudice Ayala


Recita, ma non è un attore;ha una voce profonda, che tocca l’anima, ma non è un cantante;è un duro, un lottatore, ma non è il ring il suo campo di gioco.
All’incontro sulla legalità presso il Teatro Tasso,il 7 dicembre, è lui a fare da relatore, con la partecipazione dell’assessore alla pubblica Istruzione De Angelis,e l’ex governatore del Rotary Club della penisola che ha patrocinato l’evento.
Ma la domanda resta: di chi si tratta?
E’ Giuseppe Maria Ayala, classe ’45, il pubblico ministero che ha collaborato con i magistrati Falcone e Borsellino durante il maxiprocesso del 1987, che ha dato per la prima volta un duro colpo alla mafia (il processo ha visto più di 400 imputati e ben 2665 anni di reclusione assegnati,ergastoli esclusi).
E il suo nemico? Non è affatto da meno.
Con i suoi 150 anni e più, Cosa Nostra si conferma come la più longeva associazione criminale al mondo, compartecipe del potere. La sua presenza è infatti attestata già ai tempi dello sbarco di Garibaldi, e il primo processo contro la mafia risale al lontano 1875. Inoltre sono solidi i suoi legami internazionali, soprattutto con gli U.S.A.
 Ma Ayala non è stato un semplice collega di lavoro di Falcone e Borsellino, si era infatti instaurato tra un loro uno stretto rapporto di amicizia, “specialmente con Falcone”dice Ayala “in quanto il lavoro dell’ufficio dei giudici istruttori del processo va di pari passo con quello del pubblico ministero”. Purtroppo, il problema della criminalità organizzata salta fuori solo quando si consumano omicidi e quando l’attenzione dei media e della popolazione è alta;solo allora scatta lo stato di emergenza,solo allora il parlamento se ne occupa,ma intanto, come scrisse Sciascia, “la linea della palma” sale verso il nord di 500 metri all’anno;era già a Roma e continuava a salire.
E’ per questo che Ayala ha fiducia nei giovani, è impegnato nella divulgazione (ricordiamo la rappresentazione teatrale itinerante: “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino” che tratta la sua storia),e vuole che si attui un cambio di tendenza, vuole che finisca la duplice consuetudine di scambiare diritti per favori, che finisca la compravendita di voti.
“La mafia –ha aggiunto Ayala- è un fenomeno umano, così la definiva Falcone ,e in quanto tale nasce,cresce,e prima o poi muore. Ed io voglio esserci in quel momento, anche se ho paura di non  riuscirci. Intanto a noi è il compito di accelerare tale processo, accorciando sempre più la vita a questo fenomeno”.
L’intervento di Ayala termina e ci lascia non solo con l’animo in tumulto, la voglia di impegnarci e di mettercela tutta,ma anche con una frase, che egli ricorda dai tempi del liceo e che recita così:
“Il denaro è un ottimo servitore, ma un pessimo padrone” ( F.Bacon )



                                                                                                       Guido D’Auria IV D

La pausa didattica


Ore 19:30 circa:  il consiglio d’istituto è finito, la pausa didattica obbligatoria è una realtà.
Questo periodo di sospensione, previsto in una delle settimane  pre-natalizie, era sempre stato a discrezione dei docenti il che spesso generava confusione negli alunni.
Da quest’anno, invece, tutto cambia:  i professori non possono più negare questa pausa nel periodo che intercorre tra il 12 e il 17 dicembre.
I docenti non andranno avanti con i programmi, ma si concentreranno sulle attività  di recupero dei ragazzi che presentano lacune e, parallelamente, si dedicheranno al potenziamento delle eccellenze.
Non tutti i professori sono soddisfatti della soluzione pausa didattica, tuttavia, a detta della preside, si tratta di un periodo di super lavoro, in cui gli studenti che presentano carenze in determinate materie dovranno darsi da fare per recuperarle. In più si è pensato anche ad un sistema di tutoraggio secondo cui l’alunno più bravo aiuta quello meno bravo.
Nonostante l’opinione della dirigenza, molti professori restano contrari alla pausa didattica, alcuni sostengono che sia semplicemente inadatta alla propria materia; altri, invece, si schierano nettamente contro, sostenendo l’idea che lo studio abbia bisogno di continuità e che durante la pausa gli studenti tendano a non fare nulla.
Sicuramente la pausa didattica è molto utile per gli studenti, anche se è facile constatare nelle classi una certa aria di leggerezza,specialmente da parte degli alunni che non presentano carenze in nessuna materia. Forse è vero che è vista come una settimana di riposo o forse è solo l’aria natalizia che inizia a farsi sentire.
Una cosa è certa: il modo in cui verrà affrontata la pausa didattica quest’anno sarà molto importante poiché se permarrà la sensazione che gli studenti ne approfittino per non fare nulla la dirigenza potrebbe ricredersi sulla sua necessità.


Riccardo Ruocco II B

A.A.A. Cercasi disperatamente Neve


Come “Cronache Sotto Zero” perde credibilità.


27 novembre 2011
Sette candele riflettono la luce sul vetro della finestra, che già da molte ore non filtra più la luce del giorno. Un calendario di Natale sul tavolino è impaziente di essere scoperto ogni giorno sempre di più, fino alla vigilia. Una tazza fumante di Glöggi (tipica bevanda natalizia simile a vino analcolico) con uva passa dentro mi fa compagnia assieme al camino che fischia di contentezza per il calore che il fuoco ardente gli dona. Il sibilo del vento passa proprio dal camino e la pioggia batte forte sulla grata. La tv è accesa e le pubblicità natalizie sono già ben sistemate tra un programma e l’altro.
Tutto questo insieme, unito in un unico mix, costituisce semplicemente la prima domenica d’Avvento qui in Finlandia. “Not so special”: sono le parole di mia madre ospitante riguardo il Natale finlandese. Beh, magari è vero, magari non c’è qualcosa di tipico, o forse è lei che non può vedere la differenza, ma presto la sperimenterò e saprò qual è la verità. Per ora, posso solo dire che i finlandesi aspettano con ansia il Natale, i preparativi iniziano presto e le luci natalizie illuminano già le strade, avvolte dal dolce profumo di Pipari (biscotti alla cannella o zenzero), e circondate da modeste bancarelle con sciarpe, guanti e cappelli fatti a mano e ghirlande di pino. Sono davvero affezionati i finlandesi al loro inverno e al Natale: infatti in finlandese “dicembre” si dice “Joulukuu”, che significa “Mese di Natale”.
 Venerdì, proprio in attesa di questo giorno, il prof di Religione ha letto un passo dalla Bibbia. Eravamo tutti nell’atrio, al buio, illuminati da due semplici file di candele, in silenzio, accompagnati dall’armonia della sua voce. Le finestre della scuola sono ricoperte da immagini sacre rappresentanti la Madonna con Gesù o altro, e con la luce del giorno risplendono come vetrate di chiesa. In mensa, i poster di mucche che pubblicizzano latte hanno un cappello natalizio e anche lì le finestre sono ricoperte da figure di Babbo Natale. Si inizia già a parlare di vacanze, e queste si attendono come ogni studente normale.
Circondata come sono da quella che è per me è atmosfera natalizia anticipata e intensificata, non so cosa sentire. C’è una parte di me che, alla vista di tutte queste meraviglie, si blocca e pensa “Ma dai, non adesso, è troppo presto!” e un’altra parte che già salta dalla gioia e fa il countdown alla vigilia. Probabilmente mi lascerò andare, e butterò giù i paletti che il mio inconscio mette al mio entusiasmo. Sono qui, una mia metà ora è finlandese e, come tale, dev’essere libera di vivere le sue emozioni appieno.  Sarebbe molto d’aiuto la neve, che proprio quest’anno, però, tarda ad arrivare, e si teme il “Mustajoulu”, il Natale Nero, senza luce, senza la luminosità della neve. Intanto un’italiana, più che impaziente di assistere all’affascinante evento,  attende i candidi fiocchi dall’immenso blu.

                                                                                                                                                             Sara Federico (Intercultura)

Che fine ha fatto la tranquillità?


Stop.

Stop alla scuola, stop a Mario Monti, stop all'Europa.

Stop al mare di notizie nefaste che continuano ad arrivare tramite i telegiornali,
stop alle preoccupazioni che causano.
Stop ai discorsi pessimisti di chi ci vuole già spacciati,
stop ai discorsi utopistici di chi pensa troppo in grande.

Stop a compiti e interrogazioni,
stop alle ansie che provocano.
Stop ai brutti voti a scuola.
Magari …

Stop alla solita faticosa routine,
stop alle abitudini e a tutto ciò che si affronta inesorabilmente ogni giorno.
Stop a tutto ciò che annoia,
stop a tutto quello che non si vuole, ma si deve fare.

Prendiamoci tutti un giorno di riposo e dimentichiamoci del mondo che ci circonda.
Facciamo ciò che più ci aggrada , con tranquillità, spensieratezza e piacere.
Viviamo senza pressioni, senza pensieri, senza obblighi.
Poi svegliamoci e affrontiamo i nostri problemi con ancora più forza di volontà.

La verità è che io ho detto stop, ma non riesco più a dire play.



                                                                                                                      Raffaele Mollo IV D


Ask


Come mai ci sono così tante differenze strutturali tra succursale e centrale?


Le ragioni delle differenze strutturali tra le due sedi del nostro liceo sono ovvie: la centrale è una struttura nuova, progettata per essere una scuola, destinata a soddisfare le esigenze dell'utenza, di proprietà dell'Ente Locale che investe per renderla sempre più adeguata ai nostri bisogni; la  succursale è una sede presa in affitto , nasce come sede del seminario arcivescovile, che negli anni abbiamo adattato per svolgervi le nostre attività in modo semprepiùconsono. Credo però che la domanda volesse essere provocatoria e stimolare una riflessione su cosa fare per rendere la succursale un ambiente di apprendimento più piacevole ed idoneo.Un miglioramento può già essere dotare le aule di nuovi strumenti tecnologici,infatti abbiamo nuove attrezzature tecnologiche che , a breve, trasferiremo in succursale.
Per il resto attendiamo le vostre proposte...

José Saramago - Cecità


In una città qualsiasi, in un tempo qualunque, esplode improvvisamente una strana epidemia: le persone che vengono contagiate si ritrovano afflitte da una strana cecità, tutto ciò che riescono a vedere è un bianco lattiginoso. L’epidemia si espande rapidamente e senza controllo, i contagiati vengono richiusi in un ex manicomio, ma il loro numero aumenta in maniera esponenziale. All’interno del manicomio, sconosciuti si ritrovano a vivere fianco a fianco e, a causa della cecità, gli istinti più selvaggi vengono a galla; la sola cosa che conta è la sopravvivenza.
In una situazione di degrado, di brutalità, di egoismo e di crudeltà, l’unica luce di speranza è rappresentata da una donna, la moglie di un medico, che decide volontariamente di farsi rinchiudere nel manicomio per restare con lui; misteriosamente immune dall’epidemia, sostiene e aiuta come può i suoi compagni, ritrovandosi a dover fronteggiare situazioni disumane.
José Saramago, premio Nobel per la letteratura, dipinge un’umanità bestiale, insensibile, la cui cecità cancella ogni ombra di civilizzazione, per dare  spazio agli istinti primordiali. L’autore fa immedesimare con abilità il lettore nella condizione dei ciechi attraverso una punteggiatura quasi assente ed un discorso diretto non sottolineato da alcuna virgoletta, che lascia al lettore, proprio come ad un cieco, il compito di capire a chi appartenga la voce.
Grazie al tempo e al luogo imprecisati e ai personaggi che, dall’inizio alla fine, resteranno senza nome,  l’autore riesce a generalizzare la situazione per dirci che non importa chi siano, quale sia il loro nome o la loro nazionalità: siamo noi, tutti noi, ad essere ciechi!  Saramago tratta con semplicità temi profondi  e importanti  e, con parole che potrebbero sembrare quasi banali, esprime abilmente la sua cruda visione del mondo. Esasperando, ma neanche così tanto, sentimenti e comportamenti che ci appartengono, ci spinge a riflettere sulla cecità di cui diamo prova tutti i giorni: a quanti problemi passiamo accanto senza vederli o fingendo di non vederli? Quanto è valida la nostra moralità, quando siamo sicuri di non essere visti?


Robin Esposito IVB

Gli anni '70

Se hai visto e/o letto Arancia Meccanica, se indossi magliette di Che Guevara, se hai seguito tutta la serie di Happy Days, se almeno una volta hai urlato un’ "Adrianaaaa" alla Sylvester Stallone, se definisci il tuo look "punk" , se hai ballato come Stephanie e Tony ne "La febbre del sabato sera", se la tv che guardi ogni giorni è a colori, se la tua chitarra è una Fender Stratocaster, se hai posseduto uno stereo con impianto Hi-Fi, se guidi una Vespa,se conosci a memoria il testo di "Imagine" di John Lennon, se hai giocato con l'allegro chirurgo o con il cubo di Rubik, sappi che stai tenendo in vita miti nati negli anni '70.
In quegli anni , nei coloratissimi salotti italiani, le radio trasmettevano le ballate di un Claudio Baglioni dalla chioma fluente, successi intramontabili come "il mio canto libero" di Battisti, canzoni dai testi provocatori di Rino Gaetano come la sua celebre " Nuntereggae più" , smielate melodie alla Venditti , Patty Pravo, Fabrizio De Andrè,Renato Zero, Franco Battiato, Giorgio Gaber, Mia Martini, Eugenio Finardi,Cocciante, i Pooh...
E nel resto del mondo?
Negli USA e nel Regno Unito i ragazzi dalle creste colorate e dalle borchie sui jeans ascoltavano il Punk, e tali si definivano. Avevano voglia di urlare che le città in cui vivevano e il sistema che le governava stava loro stretto, e così avevano bisogno di liberarsene; I Sex Pistols, con la loro violenza verbale e musicale, diventarono uno dei maggiori simboli del Punk, immediatamente seguiti dai Ramones e dai Clash.
In ambienti decisamente più tranquilli, si ascoltava uno degli album migliori di sempre :The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd uscì nel 1973 .
All'inizio del decennio I Beatles avevano già cominciato carriere da solisti, ma non si poteva mollare tutto senza un ultimo capitolo. A distanza di un solo anno dal loro ultimo successo "Abbey Road" chiusero la loro carriera in bellezza con "Let It Be",che fu ufficialmente il loro ultimo album.
Ma, ahimè, non a tutti interessava la musica  "colta", quella che si ascolta seduti su una poltrona o stesi sul letto , quella che fa riflettere, quella che insegna, che fa crescere.
Molti preferivano lasciarsi questioni sociali e filosofiche alle spalle , la loro massima preoccupazione era quella di riuscire ad avere la chioma più cotonata possibile , per poterla poi sfoggiare nelle discoteche, dove in quegli anni impazzava appunto la disco-music.
Gli ABBA con "Mamma Mia" fecero ballare milioni di giovani in tutto il mondo, e si contesero la scena con i Bee Gees ( Chi sono i Bee Gees? "Stayin' Alive" dice niente?), i testi erano banali, ma in fondo a chi interessava? L'importante era ballare, era scuotere quelle chiome, muovere quei bacini che reggevano quegli (orrendi n.d.r.) jeans a zampa di elefante.
In quegli anni ,quindi,ci furono svariate scelte musicali seguite da svariati gruppi sociali... e voi, se foste nati in quegli anni, sareste andati in giro a spaccare tutto, sareste rimasti in solitudine nella vostra cameretta a riflettere, o sareste  andati in discoteca con quegli (orrendi n.d.r.) jeans a zampa di elefante?

                                                                                                                         

   Amina Grenci IVD